9. Sarcofago di fanciullo

Fermati, guardalo con attenzione! È un sarcofago di età imperiale, scolpito nel marmo, un materiale prezioso, degno di chi voleva essere ricordato anche dopo la morte. Non tutti potevano permettersi una sepoltura simile: il marmo parla di ricchezza, di rango, di una famiglia che non ha voluto affidare la memoria al caso. Il nome stesso lo rivela. Sarcofago, dal greco sarkophágos, significa “che consuma la carne”: qui il corpo veniva deposto intero, secondo il rito dell’inumazione. Ma guarda le dimensioni. Ci dicono ciò che le parole spesso faticano ad ammettere: questo è il sarcofago di un bambino. Al centro è raffigurato il fanciullo, racchiuso in uno scudo e sorretto da due eroti, che accompagnano la sua anima oltre la soglia della vita. Il bambino indossa la toga, l’abito del cittadino romano, mentre ai lati compaiono altri eroti con fiaccole rovesciate. È un segno che non lascia dubbi: la fiamma abbassata parla di una vita interrotta, di un destino spezzato troppo presto. Accanto a loro si vedono due felini accovacciati, mentre sui lati corti del sarcofago compaiono due grifoni, creature mitiche poste a guardia del defunto, come sentinelle silenziose del suo riposo eterno. In questo sarcofago, l’arte non è ornamento vano. È linguaggio. È dolore, memoria, affetto. Così noi Romani abbiamo dato forma alla perdita, affidando alla pietra il compito di esprimere ciò che il cuore non riusciva a sopportare: che anche un bambino, strappato troppo presto alla vita, meritava di essere ricordato per sempre.