Questo è il frammento di una lastra che decorava un edificio. Chissà quale… Guarda il rilievo: oggi lo vedi nel colore della terracotta, ma un tempo era dipinto. È degli inizi del I secolo dopo Cristo, l’età di Augusto, e anche questo richiama i nostri riti e le feste sfrenate in onore di Bacco. Ammira bene… vedi la processione del dio? Io la rivedo come se fosse davanti ai miei occhi. Ecco la pantera, con le fauci aperte, l’animale sacro cavalcato da Bacco. Riconosci il tirso, il bastone rituale sormontato da una pigna e avvolto di nastri. Là accanto si intravede anche un frammento di cantaro, il grande vaso che sollevavamo nelle feste per bere il vino. La pantera, feroce e splendida, esprimeva la forza selvaggia della natura, quella stessa energia che Dioniso portava nel mondo. Così narravano anche i miti: quando il dio è partito per conquistare l’India, ha portato con sé la vite e il vino, doni straordinari capaci di trasformare gli uomini e accendere la vita. Io ricordo bene quei momenti: il frastuono dei flauti e dei tamburi, il vortice della danza, le mie compagne Menadi che correvano tra i boschi con i capelli sciolti e il vino sulle labbra. Tutto intorno era movimento, musica, ebbrezza. La notte profumava di terra e di foglie, e noi cantavamo il nome del dio, urlando “Evoè!”, il grido sacro delle Menadi che invocavano Bacco nelle notti di festa.